Il quinto album della band irlandese Fontaines D.C. è uscito il 16 ottobre e a me – e non solo – sta piacendo sempre di più. Sicuramente le aspettative erano alte, se non altissime dopo un album come Romance: qualcuno addirittura scrive che Dopamine Chamber non sarebbe all’altezza… ma poco importa al momento. A volte è molto più semplice di quanto sembri: basta aspettare l’uscita di un nuovo album di una band che conosci e apprezzi, fino al giorno della release in cui lo ascolti e torni a casa, e con ‘casa’ intendo quello che ti aspettavi di sentire, ma in senso buono, cioè esattamente quello che volevi sentire in quell’esatto momento. In tempi come questi soprattutto. Ecco, per me così è andata e non ci vedo nulla di male, anzi.

Sicuramente le reference sonore sono le più oscure del mondo brit, ma chi conosce i Fontaines D.C. sa già di chi sto parlando: certamente i Cure, certamente i Joy Division e certamente i Depeche Mode.
Però è poi venuta fuori questa storia di Mina e l’ispirazione della band – in particolare il cantante, Grian Chatten, a quanto pare – per l’album. Se telefonando lo ha ‘folgorato’: un classico, se non il classico della tradizione musicale italiana del secondo Novecento. Una sola strofa, un ritornello ripetuto in scala e una voce ammaliante e al tempo stesso accogliente come quella di Mina. Detto questo, si tratta di una canzone d’amore, con quel tono però comunque oscuro tra le righe che, a mio parere, se la gioca da sempre con L’appuntamento della Vanoni.
Non so spiegarti
sE TELEFONANDO, MINA
Che il nostro amore appena nato
È già finito
Ed è forse proprio da qui che partono i Fontaines D.C. con Dopamine Chamber. Perché per tutto l’album si ha la sensazione che qualcosa sia già finito sul nascere, ma che stia per iniziare già qualcos’altro al tempo stesso, forse migliore, forse peggiore, questo non si sa.
Le tracce hanno percussioni incredibili che notoriamente sono lo strumento fondamentale da questo punto di vista: trasmettono tensione, là dove potrebbe anche non esserci, là dove potrebbe anche non servire; trasmettono angoscia, là dove il testo ci dice che si potrebbe stare meglio. E infatti, tornando all’ipo-testo, Se telefonando potrebbe andare avanti all’infinito – così come Brava, se ci pensiamo -, questo anche perché la voce di Mina lo permetterebbe; ma forse è proprio questa infinitezza che trasmette ancora più agitazione e senso di chiusura. Ora mi spiego meglio, tornando però a Dopamine Chamber e ai Fontaines D.C.
Sempre e per sempre sōma sēma
De Gregori cantava “Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone, fanno il diavolo a quattro nel cuore, e passano, e tornano, e non la smettono mai” però “sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai”. Un messaggio stupendo che ritrovo molto nelle tracce di Dopamine Chamber, dove la parola “forever”, così come “eternity” appare tantissime volte, per non parlare della traccia di apertura stessa, Six Shot Morning, in cui “always” – ripetuto più di dieci volte -inizialmente sembra un avverbio coinvolgente e rassicurante, poi si trasforma in un sintomo di litania, di qualcosa di meccanico che si è inceppato, fino a diventare surreale, distopico e non più autentico.

E ancora, nello stesso brano, la frase “you and I living for a million years”: a me ha fatto pensare ai Radiohead, a quel capolavoro di album che è OK Computer (1997) e al piccolo Marvin di Guida Galattica per Autostoppisti. Forse me lo spiego, ma sicuramente non ha aiutato un altro verso ancora del brano che dice “Melancholy hearts in emotion filming
Melancholy hearts in a motion film”: le due anime innamorate sono evidentemente intrappolate, come ci si intrappola dalla fin de siècle scorso nelle fotografie, nei telegrafi, poi nei computer, insomma in tutto ciò che è tecnologia.
Questo disco descrive la razza umana che osserva il suo destino prima di estinguersi
Grian chatten
La sensazione è quella del banalissimo pezzo di legno da cui però proviene una vocina, che è poi Pinocchio, quando è ancora nelle mani di Mastro Ciliegia: anime analogiche intrappolate nel meccanico-digitale, nel materiale. Sempre e per sempre. Per millioni di anni. Niente di più platonico e distopico al tempo stesso.
The Devil, Monsters and Co.
Fin qua siamo ancora però nel regno del brit pop-rock oscuro di cui si parlava prima. Non a caso erano i Cure a scrivere “It’s just your part in the play for today”. Però ecco che riconosco qualcos’altro di molto familiare.
Guardo il video di Marianne, forse la traccia più ascoltata di Dopamine Chamber per ora, e non può che tornarmi in mente un altro video musicale che ai tempi mi aveva folgorata, così come Mina ha folgorato Chatten forse: parlo di Going Under degli Evanescence – gruppo che ho iniziato ad ascoltare e al quale mi sono ossessionata molto velocemente ad un’età in cui non sapevo nemmeno come pronunciarne il nome correttamente. Ho avuto come un flashback che mi ha riportato a quell’agitazione, a quell’ansia sociale molto ben espressa da volti disintegrati, mostruosi, terrificanti e anche minacciosi che si godono un concerto. Amy nel video degli Evanescence è Marianne nel video dei Fontaines D.C.: l’unica ancora in sé, ma anche l’unica non in sé davvero.
La voce del cantante la invita ad andarsene, a lasciare la festa e la realtà in cui si (ri)trova promettendogli che può aiutarla a scomparire, per sempre. In questo secondo me la Fossa delle Marianne è una reference interessante: se ci si pensa, è il punto più profondo della Terra, un abisso in cui l’uomo, a causa dell’insostenibile pressione, scomparirebbe in pochissimi secondi, e dove comunque c’è vita – non umana appunto. L’invito potrebbe essere proprio quello di lasciar perdere il suolo abitato, se contiene solo poveri diavoli soli, e scomparire negli abissi di una realtà disabitata e lì ricominciare daccapo.

Il cantante della band però prende le forme di una pillola antropomorfa e parlante. Di nuovo: è un’anima intrappolata nella materialità? Ad ogni modo, non va biasimata nemmeno la ragazza che la assume – che nel video non è Marianne – e che a me ricorda la protagonista dei versi iniziali di Popular
I’ve seen the devil
Popular, the weeknd, madonna and playboi carti
Down Sunset
In every place
In every face
E pensare che ho sempre sentito “I’ve seen the devil, DANCING SAD, in every place, in every face”. Avrebbe avuto più senso per il mio discorso. Ma va bene comunque.
Dying and dying and dying and dead
Infine, forse c’è anche un po’ di critica sociale in Dopamine Chamber – o perlomeno ‘potenziale’, solo perché non voglio sovrainterpretare – che in tempi come questi non può non venire in mente, volontariamente o meno. Circondato da tanta morte e tanti morti, fisici, mentali o digitali che siano, il soggetto contemporaneo è completamente sprofondato nell’ambivalenza di una sensazione di consapevolezza mista impotenza, mista necessità di azione. A questo proposito porto in causa il mio brano preferito dell’album, ovvero Mimesis.
Nel testo ci sono due frasi che trovo molto interessanti e che potrebbero tranquillamente diventare un slogan per le manifestazioni che stanno avvenendo in gran parte d’Europa: “Your indifference won’t make me disappear”. Senza dubbio, è una frase forte, forse estrapolata da un contesto altro. “Long, long waiting for the long, lost game” è un’altra.

Ecco che quella vocina intrappolata in una pillola si ribella, mi sembra chiaro. Dice “you’re messing with feelings you don’t have” in You Miss Me, e dice anche a ripetizione “dying and dying and dead; dying and dying and dying and dead” in Intimate.
Il problema però è che circondati da morte, ci si ritrova poi nella solitudine della propria morte mentale, che ci rema contro; questo perché ci impone quella chiusura di cui si parlava all’inizio, quell’incapacità di guardare oltre se stessi, e di conseguenza la volontà di sparire per sempre in un abisso oceanico dove gli esseri umani non possono metterci piede. Questo è forse il dramma della distrazione.
La morte che distrae è qualcosa che trovo ricorrente in Dopamine Chamber e che nella traccia con Rosalìa Where Is Gone? finalmente mi consegna una risposta: il fascino decadente. Eccolo lì, quello che sul piano musicale contemporaneo è Lana Del Rey ad averlo trasformato in una vera e propria estetica confortevole – e che aveva già funzionato, per quanto mi riguarda, prima con Marianne Faithfull e Duchess di Scott Walker.
Le sonorità di Where Is Gone? sono quelle di un’estate che sta finendo – Summertime Sadness o i Righeira? -, di una smodata voglia di tornare ai ricordi del passato per rifugiarsi, ripetendosi al tempo stesso “there’s no way I’m going back to how I feel”.
Leggo in giro che questa è la traccia in cui dovrebbe sentirsi di più l’influenza di Mina, ma credo non si tratti di un’influenza in senso musicale, perché ripeto, la sonorità proviene da altrove, secondo me; penso piuttosto che si riconduca a quello che Chatten stesso definisce l’elemento di ‘umanità’ della voce dell’interprete italiana e che qui si trasmette perlopiù nella melodia e nel testo.
Infine, va considerato anche ciò che Chatten scrive riguardo il titolo dell’album: Dopamine Chamber – letteralmente ‘camera della dopamina’ – sarebbe, scrive Rivista Studio, uno spazio “in cui l’ascoltatore entra per essere sottoposto a brani capaci di alterare la mente e l’umore”. Vittima di tutto questo, alzo le mani: con me sta funzionando. Alla fine, gli unici che possono davvero distrarci siamo noi stessi.
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