Guardare Blonde (2022) di Andrew Dominik è stata un’esperienza straziante. Prima di ragionare sull’attivissimo dibattito della critica a proposito del film, vorrei provare ad esprimere e di conseguenza capire perché con me, invece, il film ha funzionato.

Innanzitutto non sapevo fosse tratto da un romanzo. Blonde pensavo fosse un biopic su Marylin Monroe, insomma la storia del passaggio da Norma Jeane a Marylin, storia la cui narrazione a noi giunta è sì, straziante ma anche piuttosto nebulosa.

Norma Jeane è mia figlia

Ho provato pietà, tanta pietà. Ho provato empatia. Ho provato amore per Norma Jeane. Non riuscivo a vederla se non come una figlia, forse addirittura come mia figlia. Questa cosa è piuttosto impressionante e inquietante al tempo stesso, forse ampliata anche dal fatto che la regia ha deciso di proiettare in termini piuttosto crudi tre aborti di Norma: uno volontario, uno incidentale e uno sia volontario sia incidentale, si potrebbe dire ‘inconsapevole’.

Blonde

Norma si presenta ripetutamente ai miei occhi e al mio cuore quindi come una non-mamma e parallelamente come una figlia che non ha mai conosciuto il padre da cui però è ossessionata, in un certo senso replicando le fissazioni della madre per l’uomo, ricoverata quando lei era piccola in un ospedale psichiatrico per problemi di schizofrenia.

Norma è una ragazza indifesa, malata, ingenua, buona, disperata e disperatamente alla ricerca di amore. Forse sono anche io una vittima come tante altre dell”empatia da schermo’, insomma, ripeto, con me Blonde ha funzionato. Volevo abbracciarla e allo tempo stesso temevo per me stessa come donna. Ed è qui che il mio pensiero forse si intreccia con quello della critica.

Blonde è il peggior film del 2022

Confesso immediatamente che queste riflessioni nascono a posteriori, cioè dopo la lettura della critica di Blonde, pertanto possono considerarsi del tutto influenzate dalla stessa.

Dicevo che Norma mi ha fatto provare paura per me stessa in quanto donna: questo perché si tratta di quasi tre ore di una discesa verso la pazzia, l’isteria, la schizofrenia, la depressione, la malattia o semplicemente l’ascesa verso la morte, la liberazione, il silenzio, la fine di ogni ossessione, paranoia e sofferenza.

Passando alla critica: il film è stato definito estremamente “misogino”, oltre che deviato, falso, inventato. Insomma, l’ennesima occasione di distruzione, imbrattamento, deturpazione, sessualizzazione e oggettificazione per mano maschile di un cadavere oltre che di un’icona femminile.

La critica dice che anche questa volta, dopo sessant’anni dalla sua morte, il corpo defunto di Marilyn Monroe non è stato lasciato in pace perché ancora maschilizzato, portato sul grande schermo come prodotto del capitalismo machista e dell’industria speculativa che intreccia senza scrupoli gossip e cinema.

Il punto non è tanto capire se la critica abbia o no esagerato parlando di Blonde, quanto capire che rapporto possiamo ed è ancora giustificato avere con le icone, o meglio, con le icone morte.

Non è stata scomodata solo Marilyn – cosa per nulla nuova – ma Norma Jeane. Presentandola come vittima genuina delle volontà tossiche maschili, l’effetto è stato sì portare la pietà agli occhi dello spettatore verso una vecchia stella, ma anche temere verso il proprio futuro, verso le conseguenze del proprio dolore tutto femminile. Insomma, temere nel ritorno dell’incubo naturalista: la mala-informazione sulla tristezza delle donne.

Le gambe morte di Marilyn

La scena finale: un urlo e un lento suicidio. Il corpo nudo e disidratato dall’alcol. Le gambe morte inquadrate fino all’oscurità della notte che coincide con quella dello schermo. Un nodo alla gola. Riportare in vita quel dolore è fare un tributo all’icona o necrofilizzarne e sessualizzarne la sua memoria?

Ora basta però con la critica. Queste sono solo riflessioncine, pensieri passeggeri, perché ripeto, con me il film ha funzionato. La parte sensazionalistica ha purtroppo funzionato, ma forse solo in maniera distorta: per me Marilyn è rimasta una figlia, figlia mia, del secolo, del cinema e della sua malattia, quindi in un certo senso morta nel suo stesso grembo. Questo è quello che ho trovato davvero tragico.

Ana de Armas è stata molto brava, a mio avviso, e la fotografia è ottima: si alternano i colori con il bianco e nero ma Marilyn piange tanto, prende pillole e poi di colpo ride come un’ochetta narcisista che gode della sua stessa stupidità.

Io non credo fosse davvero così. Ecco perchè Blonde ha funzionato con me.

La nascita di una complicità

Blonde nasce come un romanzo, un’invenzione, e il film non è che l’esempio di come una pagina portata sullo schermo porta la gente a credere a tutto. La parola non conta, le immagini invece esistono, quindi non possono essere false.

Mi dispiace soprattutto per Norma, mi dispiace quando le vittime vengono ricordate soltanto in quanto vittime, perché non credo basti ad aiutarle, non credo basti a riportarle in vita.

Ma forse, proprio perché è un’invenzione, Blonde potrebbe essere l’esempio del macello subito da Norma viva a causa di Marilyn? Per uccidere Marilyn, Norma ha dovuto uccidere anche se stessa. Non è questo forse ciò che ha fatto anche Blonde? Così, ora siamo complici insomma. Complici di una tragedia avvenuta sessantatré anni fa. Perlomeno io so che lo sarò, forse addirittura per sempre.